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L'industria della calce e del carbone a Massa di Faicchio PDF Stampa E-mail
Scritto da Michele Di Leone   
04/05/07

Un articolo scritto da Michele di Leone, padre di Anna, e pubblicato sulla rivista della Pro Loco di Massa di Faicchio, "Acer". Uno speciale ringraziamento a Michele Di Leone, per la passione con cui raccoglie per noi notizie sulla vita dei nostri padri e dei nostri nonni a Massa durante il secolo scorso.

L'industria della calce e del carbone
a Massa di Faicchio

di Michele Di Leone

Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana

("ACER")

Venendo da Cerreto Sannita oppure da San Salvatore Telesino, al bivio della “Crocella”, si imbocca la strada per Massa: da questo punto, di ideale veduta panoramica, si ammira tutta la bellezza e la grandiosità della valle del Titerno, il maestoso Mont’Erbano e il solitario Monte Acero.

Invito il viandante che viene a Massa, a rompere con il ritmo frenetico delle sue giornate e a lasciarsi andare al dolce trascorrere della vita, in una valle ancora intatta, nelle sue tradizioni e i suoi colori, dove anche il silenzio sarà una preziosa compagnia.

Ricordo le stupende espressioni della poetessa Elisa Del Giudice che così scriveva:
Sull’ Acero e l’Erbano va la luna….
Han fremiti di luce sin le rocce,
fra gli ulivi d’ argento e fra le querce….
E fra gli aceri e i pini si disegnano
misteriose sagome di sogno.

Le dita del vento, leggere, scompigliano le grigie chiome
e sfumano azzurri olivi: l’Erbano si incurva d’argento.

Scende il Titerno gorgogliando, a valle, verso la meta…
E l’onde sue discrete scintillano al
chiarore della luna…

Proseguendo per Massa, dopo aver percorso circa duecento metri, sulla sinistra si incontra il “Monticello” con la sua pineta, alle cui falde si nota una costruzione in pietra somigliante a un piccolo bastione di castello: è la calcara di Massa. Costruita negli anni quaranta, subito dopo la seconda guerra mondiale, è sempre stata molto familiare a tutti i Massesi.

Le calcare e l’industria della calce a Massa

Massa, nei tempi passati, ha avuto una vera e propria industria della calce e se gli addetti di allora si fossero adeguati al variare dei tempi adottando le nuove tecnologie, sicuramente tale attività sarebbe ancora fiorente con importanti ricadute sul piano occupazionale.
Le calcari esistenti erano diverse, tutte ben visibili e verificabili ancor oggi. Tutte situate alle falde del Monte Acero dal quale ricavavano sia la pietra, spiccatamente calcarea e quindi adatta alla cottura della calce, che la legna necessaria per la cottura stessa.

La prima era ubicata sulla Via Latina, la strada vecchia che portava da Massa a Faicchio, zona denominata “Mainardi”, subito dopo zona “San Pietro” e un’ altra sotto la “Liscia”, nei pressi della masseria “Marenna”, subito dopo zona “Cola Sansone”. Un’altra nel bosco “Don Orazio” e una demolita nella proprietà di Giuseppe Mazzarella detto “Pepp Pannegl”. In “Selva Palladino” ce ne erano due, a “Ces’ L’nard” e un’ altra alla zona “Vicario” e per ultima, “dulcis in fundo”, la calcara del Monticello che la Comunità Montana del Titerno da pochi anni ha ristrutturato.

Le calcare (fornaci, dal latino “fornax”), opere in muratura, erano destinate alla cottura di calcari, gesso, marne di cemento, argilla e simili. Le nostre, erano destinate solo alla cottura della calce.

La calce è un legante usato da tempi remoti per comporre le malte, impastandola con aggregati sottili, inerti, sabbie calcari o silicee e le malte idrauliche, impastandola con leganti idraulizzati, pozzolana ecc. Il nostro ponte Fabio Massimo fu costruito con malta di calce e pozzolana e a distanza di duemila e duecento anni è ancora ben saldo e in uso, continuando ancora la sua sfida al tempo.

La cottura della pietra calcare di Monte Acero avveniva a circa 800 °C. A queste temperature il carbonato di calcio si dissocia rapidamente con sviluppo di anidride carbonica lasciando la calce come residuo.

La sistemazione delle pietre da cuocere nelle calcare, veniva eseguita con maestria da nostri concittadini: le pietre dovevano essere collocate a camicia, in un modo particolare, con delle feritoie e distaccate dal cilindro della costruzione, altrimenti la cottura non avveniva perfettamente.

La calce così prodotta, si presentava in zolle bianco-giallastro, arida al tatto e sonora (se non “suonava”, non era ben cotta). Le zolle erano vendute al quintale e, una volta trasportate a destinazione, venivano stemperate in grandi fossi pieni di acqua detti appunto “fossi della calce”. Famosi all’epoca per la posatura della camicia furono Enrico Branca e Michele Cofrancesco.

La calcara del Monticello

La calcara del Monticello fu costruita nel 1946 da Enrico Branca, Angelo Branca, Michele Cofrancesco ed altri. Le pietre di “faccia” per la parete esterna furono preparate e aggiustate dallo scalpellino Giovanni Verna da San Lorenzello che, in quel periodo, lavorava la pietra del Monticello.

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Calcara del Monticello (Foto dal sito della Pro Loco di Massa di Faicchio)

La calce veniva trasportata con carri tirati da buoi, con carrette tirate da cavalli, camion (in quel periodo nella valle del Titerno ve ne erano soltanto due, uno a Cerreto e l’altro a San Lorenzello). La calce delle carcare non raggiungibili da strada carrabile, si “cacciava” a dorso di muli, asini, a spalla degli uomini o in testa le donne.

Per portare a cottura una camicia di pietra di una calcara, ci volevano dai sei agli otto giorni, a seconda del tipo di legna usata e si doveva “imboccare” (dare fuoco) notte e giorno; i materiali più usati erano le fascine di legna, fasci di rovi di siepe, (in quel periodo non serviva l’“Ordinanza del Sindaco” perché le siepi erano tutte ben rasate).

Si raccoglieva il cisto e il lentisco (rosiello e mortella) alle pendici del Monte Acero e si vendevano confezionati in fascine; era usata anche la sansa dei frantoi. Per portare a completa cottura la carcara del Monticello occorrevano circa tremilacinquecento fascine, ogni due minuti una. Il lavoro era immane e all’addetto al fuoco veniva dato il cambio ogni quattro ore. Con le frasche (ramelle) del fusto dell’albero si ci cuoceva la calce (oggi vengono bruciate e distrutte al momento del taglio del bosco). I tronchi di sezione maggiore venivano venduti come legna da camino mentre quelli più sottili si utilizzavano come carboni da legna.

La produzione dei carboni da legna

La produzione dei carboni da legna era un’altra attività fiorente in quella epoca: vediamola in dettaglio.
I rami e i ciocchi, ridotti a una dimensione conveniente,venivano sistemati in modo da formare un cono (le dimensioni del cono detto “cadozz” condizionavano quelle dei rami e dei ciocchi); il tutto in uno spiazzo nella radura del bosco detto carbonaia, “a car’unara” nel nostro dialetto.
Il cono “cadozz” veniva coperto di foglie e terra battuta; nell’interno del cono, da un foro lasciato sulla cima, si accendeva il fuoco e veniva “civato” con piccoli pezzi di legno detti “piuz”. Il foro veniva chiuso quando si era esteso a tutta la massa di legna, lasciando solo piccoli spiragli dette fumarole.

La cottura della legna durava una decina di giorni circa e quando il processo di carbonizzazione era giunto al termine, si soffocava il fuoco chiudendo tutti i fori; raffreddatasi la massa, si demoliva il cono e si “scarbonava” il carbone. Nelle zone del Matese del Casertano ancora oggi questo lavoro viene effettuato durante il periodo invernale.

La “società boschiva massese”

All’epoca della costruzione della calcara del Monticello si costituì anche una “società boschiva massese” i cui soci fondatori furono Enrico Branca, Ciarlo Eugenio, Armando Lavorgna e fratelli, Cofrancesco Michele ed altri.

Nei periodi di grande lavoro la “ditta” raggiungeva anche le trenta unità. In quel tempo non esistevano le motoseghe e il taglio veniva fatto con le accette e le roncole ben affilate; il trasporto avveniva spesso a spalla degli uomini o in testa alle donne in quanto in pochi boschi si poteva accedere con i carri e le carrette e non esistevano le pale meccaniche per spianare i sentieri. Il cibo, essendo periodo post bellico era molto scarso. Ci si nutriva di fagioli, ceci e “tagliaregl’”, frittate con patate e cipolle, pane cotto con sopra un poco di olio, patate ed insalata con la pasta, fritture di peperoni e melanzane, zuppe di verdura, baccalà e “saraghe” d’inverno, scorze secche di zucca, decotti di fichi secchi, di malva e di fiori di sambuco (per i raffreddori); solo di domenica maccheroni “ziti” con ragù di pecora. Il prosciutto, il capicollo e le salsicce secche, insieme al buon vino si vendevano per pagare la famosa, ma triste, “fondiaria” (tassa sui terreni e sui fabbricati) e si era costretti a bere “l’acquata” derivata dall’ annaffiatura del mosto a vinificazione avvenuta.

Pur con tutte queste carestie e miseria si era felici e spensierati, e senza diabete e colesterolo; durante il duro lavoro si intonavano canzoni e stornelli che echeggiavano in tutta la valle.

L’ultima ditta ad esercitare questo mestiere e a produrre la calce nella “carcara” del Monticello, fu quella di Francesco Mazzarella negli anni 1955 e 1956, coadiuvato da Pasquale Mondini.
Sul finire degli ani 50 e nei primi anni 60 era attiva la calcara di Giuseppe Mazzarella, gestita dal telesino Erasmo di Mezza, l’ultimo a produrre calce nella nostra frazione.

La calcara di Massa oggi

Oggi la calcara di Massa è un piccolo pezzo di storia della nostra frazione. Molti di noi hanno avuto fratello, padre o nonno che ha lavorato in questa fornace dove raccontavano le miserie, gli amori, le imprese, il duro periodo della guerra, ma soprattutto i progetti ed i sogni di un futuro migliore. Dopo, iniziò il grande esodo dei Massesi che emigrarono per le Americhe, il Canada, l’ Australia, l’Inghilterra, la Svizzera, la Francia, la Germania e l’Italia del Nord, a Magenta, dove si trasferì un terzo della popolazione massese.

Da pochi anni, la Pro Loco di Massa, in occasione del Natale, allestisce il presepio nella pineta del Monticello, come il primo presepio realizzato da S. Francesco nel bosco presso Greggio. La Carcara, ormai vecchia, ha il grande onore di ospitare Gesù Bambino, S. Giuseppe e la Madonna, il bue, l’asinello e gli angeli, che augurano pace a tutti gli uomini di buona volontà, quella pace che noi tutti tanto desideriamo.
Ultimo aggiornamento ( 04/05/07 )
 
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